La scuola del silenzio

Una vacanza dal rumore: corsi di silenzio (artistico, meditativo, escursionistico), fra le colline di Anghiari

Convegni & maratone del silenzio

Da Milano a Torino, da Foligno a Roma, incontri con audiologi, naturalisti, astronomi, filosofi, scrittori...

I taccuini del silenzio

Pensieri per un momento di stacco, libri da tenere in tasca, per ritagliarsi una pausa di silenzio.

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Recensione "Il segreto all'opera" di Emanuela Mancino

Emanuela Mancino - Il segreto all'opera.
Mimesis Edizioni

Il famoso teorema di Godel nella sua prima parte dimostra che in ogni sistema complesso ci sono delle verità indimostrabili. In particolare il teorema afferma che in matematica ci sono verità indimostrabili. Ma non solo in matematica. La vita dell’uomo è circondata da verità indimostrabili. Il silenzio è di sicuro una di esse. Esiste. Paradossalmente lo ascoltiamo. Delle volte lo cerchiamo. Più spesso lo sfuggiamo. Ma lui è lì ed è fatto della stessa nostra sostanza. Noi siamo il silenzio che ascoltiamo. Noi siamo il silenzio che produciamo. E pertanto se il silenzio è verità indimostrabile prodotta da noi stessi allora l’uomo stesso, o almeno parte di lui, è una verità indimostrabile. Spesso per spiegare il teorema di Godel si ricorre all’opera di Pirandello, ma credo sia fuorviante. Le tematiche pirandelliane si addicono di più al paradosso del cretese “Tutti i cretesi mentono io sono un cretese”.
In questo paradosso è impossibile stabilire una verità. Il teorema di Godel invece ci dice che una verità, anche se indimostrabile, esiste. Il silenzio lo è. Ma come si può parlare di una verità indimostrabile, come il silenzio? Ce lo racconta la seconda parte del teorema di Godel nell’affermare e dimostrare che un sistema complesso per completarsi deve uscire dal suo sistema di riferimento. Pertanto per parlare del silenzio bisogna uscire dal silenzio. E il termine uscire è da intendere nel suo significato etimologico, ossia andare (ire) fuori (ex).
Ma ciò che è interessante nell’etimo di uscire è la “u”, voce semanticamente prossima a uscio. E a sua volta l’uscio rimanda etimologicamente al primitivo “os”, bocca. E’ dalla bocca che si parte per parlare del silenzio ed è quello che in maniera permanente e persuasiva si assiste nel leggere “Il segreto all’opera” di Emanuela Mancino.
Il libro è un continuo movimento della labbra, ora serrato come nel ritratto della “Signora sulla veranda” di Munch (“Apprendere dal, nel e con il silenzio implicherà quindi imparare a saper guardare meglio quel che parla incessantemente o prepotentemente, dicendosi in immagini, in suoni e negli ingressi di un mondo vociante che risultano non sempre arginabili ai nostri sensi”). Ora aperto come un canto gregoriano ( “se si continua ad ascoltare con gli stessi occhi il silenzio, si sentiranno sempre le stesse parole” ). Ora dolce e di passione come il bacio di Cary Grant e Ingrid Bergman in Notorius ( “Osservare il silenzio diviene ancora qui, rispettare che le cose, le voci, le parole e le immagini esprimano la loro realtà attraverso un esteriore esperibile ma in grado di mantenere le dimensioni del segreto. La bellezza è, in tal senso, simbolo: presuppone un incontro, un’unione, un dialogo. La bellezza è quindi metodo, percorso di accoglienza e di ospitalità di ciò che rimane misterioso”).
E non è un caso credo, che sia il movimento delle labbra la cifra stilistica del libro, dal momento che Emanuela Mancino guarda al silenzio allo stesso modo con cui si guarda una lingua. Il silenzio è un linguaggio ed Emanuela Mancino ci conduce nel suo alfabeto, nelle sue regole grammaticali, nella sua sintassi. E lo fa, come da par suo, lasciandosi attraversare dalla poesia, dalla filosofia, dal cinema ossia dalla narrazione.
In questo scavo archeologico alla ricerca della grammatica del silenzio Emanuela Mancino fa entrare il lettore in cripte segrete dove vi sono sulle pareti le figure parlanti della sua ventennale ricerca. Simone Weil, Levinas, Ricoeur, Carotenuto, Pirandello, Barthes, Bachelard, Rilke, Bousquet, ma anche Tarkovsky, Kim Ki-Duk e altro ancora. Personalità della cultura e dell’arte che sono il passato prossimo della nostra storia, ma che lei posiziona in un luogo quasi mitico. Ma è proprio quest’operazione che ricorda ciò che Jean-Pierre Vernant fece con la cultura greca, ci permette di leggerli con gli occhi del presente. Facendone uno specchio in cui l’uomo contemporaneo vede riflesso in lontananza la grandezza, la bellezza e il mistero del silenzio.
E allora ecco che, mentre leggi, intuisci che l’uscire, come la logica impone, per affrontare il silenzio non è altro che un viaggio interiore. Il vocabolario del silenzio è fatto di stati d’animo che riguardano il nostro “sentirci nel mondo” e non del nostro “Gettarci nel mondo”. E’ qui che, non senza vis polemica, ci viene svelato l’etica del discorso.
Il suo essere educazione. La filosofia del libro. Ossia una filosofia che contrappone alla cosi detta ipertrofia segnica o l’inquinamento immaginifico che “hanno condotto ad un’altra forma di disagio, di ordine opposto alla paura del vuoto, ma di senso estremamente prossimo …“, il miracolo del silenzio che ognuno dovrebbe guardare con commozione, nostalgia. Così alla fine de “Il segreto all’opera” sai molte cose di quella verità indimostrabile che è il silenzio. Sai che è un linguaggio dell’anima composto d’amore, un male, come dice Bacon, necessario. E si è grati a chi lo ha scritto.

Recensione di Mimmo Sorrentino

Recensione "Ascoltare il silenzio" di Emanuele Ferrari

Emanuele Ferrari -  Ascoltare il silenzio
Mimesis Edizioni 


Secondo il pianista e musicologo Emanuele Ferrari (Milano,1965), il silenzio è un elemento cruciale e imprescindibile di qualsiasi creazione ed esecuzione musicale. Nel breve saggio pubblicato da Mimesis, l'autore afferma che “la musica è in rapporto costante col silenzio: anche quando non è materialmente presente esso agisce come sfondo, come rimando implicito, come dimensione di senso. Tra i due elementi esiste un'intera gamma di relazioni che vanno dall'evocazione al rimando implicito, dall'allusione al comando.” Nella prima parte del suo scritto, Ferrari invita il lettore all'ascolto attento di diverse atmosfere musicali, confrontando un Notturno di Chopin con una Fantasia di Bach: la poetica emozionale e interiore del primo con “lo stupefacente vortice di forme sonore” del Cantor di Lipsia. E ancora di Bach sottolinea “il silenzio evocato” in un clima “di intensa, quieta devozione ed elevazione spirituale” nel corale “Vieni ora, salvatore dei pagani”, o l'ascetismo di fondo espresso dalla “Prima Sonata in sol minore per violino solo”, in cui la musica esprime “il fluire del pensiero nel silenzio”. E sempre in Bach, nella “Passione secondo Matteo”, mette in luce il senso di abbandono reso evidente dal tacere di Gesù interrogato da Pilato, o dal silenzio che segue il suo grido “Eli, Eli” sulla croce. In una prosa appassionata ma mai pedantesca, Ferrari ci guida  a riflettere sul silenzio squarciato, lacerato dalle fanfare in Mahler, che poi si inabissa in “una melodia struggente e carica di nostalgia”. O sulla “memoria del silenzio” rievocata dalla musica nell'apostrofe straziata della Elizabeth wagneriana nel Tannhauser. E ancora sulla diversità di interpretazione che grandi pianisti danno alle pause in Beethoven, nella ricerca di “un equilibrio quasi utopico fra pieno e vuoto, transitorietà e permanenza”. Una guida preziosa e competente per chi voglia lasciarsi penetrare dalla musica anche nelle sue sospensioni, rarefazioni, attese.

Questa breve recensione è stata pubblicata sul sito della libreria onLine IBS da Alida Airaghi.

Recensione "Il gioco del silenzio" di Carlo Sini

Carlo Sini - Il gioco del silenzio
Mimesis Edizioni

L'editore Mimesis ripropone (in una collana tutta dedicata al silenzio) questo breve e prezioso saggio del Professor Carlo Sini, già pubblicato da Mondadori nel 2006. Una lunga meditazione, ma resa in termini quasi colloquiali, e senz'altro ispirati, sulla natura del silenzio, che è “l'intorno e l'intervallo...è prima di ogni cosa, però è anche tra le cose: le separa... impercettibile intervallo al mutare di ogni stato di cose”. Silenzio che può maturare nell'assenza e nel vuoto, o come opposizione, contrasto, sottolineatura della parola. Quindi la riflessione filosofica deve partire proprio da qui, dalla nostra capacità/possibilità di espressione, dal linguaggio: “La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire.” E quanti sono i silenzi che ci circondano: il silenzio dell'ignorante e dell'ignorato, il silenzio dell'animale, dell'infante, della nuvola, che “sono quello che sono e sanno fare quello che fanno senza bisogno di parlarne”. Il silenzio di Dio, che non preoccupa né l'ateo né il credente convinto, ma turba chi si interroga sul suo “imponente, onnipresente, esorbitante riserbo”, forse giustificabile solo come salvaguardia della nostra libertà.
Quel silenzio che rende “irriducibile ogni domanda, inconsistente ogni risposta, imprevedibile il futuro, irrevocabile il passato, col suo bene e col suo male, decisiva, emozionante e inquietante la croce del presente...”. La scrittura del filosofo diventa in queste righe intensa e profetica, quasi a
farsi “coscienza desta della vita...giusta eco del silenzio del mondo...aspirazione silenziosa che vive nell'esperienza di tutti”: perché “la virtù prima del filosofo non è la parola, bensì l'ascolto, non è la ragione espressa, ma la domanda silenziosa.” Che il linguaggio salvi, esprima la sua carità. Altrimenti, come scriveva Wittgenstein, meglio che taccia.

Questa breve recensione è stata pubblicata sul sito della libreria online IBS da Alida Airaghi.

Recensione “Portatori di silenzio” di Stefano Raimondi

Stefano Raimondi - Portatori di silenzio
Mimesis Edizioni


Pubblicata sul sito Libro breve è possibile leggere una bella recensione di uno dei taccuini del silenzio: “Portatori di silenzio di Stefano Raimondi.

Oltre alla recensione del libro l’autore del Blog presenta l’Accademia e le sue attività.

Inseriamo anche una recensione di Alida Airaghi comparsa sulla libreia onLine IBS.

Chi sono, per il poeta e critico letterario  milanese  (tra i fondatori dell'Accademia del Silenzio), i “portatori di silenzio”?  I poeti, i filosofi, gli artisti, gli emotivi, gli scalfibili, gli ultimi, i vinti, i malati? Coloro che non fanno chiasso, che non si impongono, che non urtano imperiosamente gli spazi altrui: forse... Certo chi sa “concentrarsi maggiormente sull'eleganza e la grazia del proprio portarsi nella vita e nel proprio irrefutabile passare nel mondo della vita”; chi è “in grado di abitare per silenzio il mondo ammutolito e afasico dei rumori, della celaniana 'chiacchiera comune' che violenta, stupra e offende chiunque, mediante i suoi carichi di disattenzione, indifferenza coatta e berciante”. Nei tre brevi interventi che compongono questo libriccino, sospesi tra meditazione filosofica e poesia, prosa lirica e illuminazione, Raimondi affronta teoricamente senso e significato del silenzio, inteso come “luogo di rivelazione”, forma concreta di attesa, attenzione, possibilità epifanica. “Al silenzio si arriva per atteggiamento e propensione dunque! Si giunge concedendogli spazio e dignità: afferrandolo quasi per commozione!”. Modo di essere, modo di porsi tra gli altri e per gli altri: “è la postura di un pensiero, è la deambulazione di un'insistenza incastonata nel proprio stile di vita... da qui, da questo punto di coincidenza di sé con sé, si riparte per iniziare altro, per diventare Altri”. E forse silenzio per eccellenza è quello offerto dalla parola poetica, a cui “non si addice lo spreco e neppure la superficialità dell'uso”: il bianco “dicente” e silente dei versi appuntiti e contratti di Celan, di Ungaretti: “bianco... assoluto, rarefatto. Quel bianco della decifrazione, dell'ermeticità, del fraintendimento”. Nel suo ultimo saggio, Raimondi suggerisce poeticamente di imparare il silenzio, coltivandolo “come si coltiva un orto”, disponendosi ad ascoltarlo, finché diventi “orizzonte, realtà, deserto, oceano, isola e meta”.
 

Recensione "Pause" di Nicoletta Polla-Mattiot

Nicoletta Polla-Mattiot - Pause. Sette oasi di sosta sull’orizzonte del silenzio
Mimesis Edizioni
L’ultima fatica di Nicoletta Polla-Mattiot. Pause. Sette oasi di sosta sull’orizzonte del silenzio, è da considerarsi un vero e proprio inno al silenzio. Attraverso un testo scorrevole e importanti citazioni, l’autrice riesce a trasportare il lettore nella dimensione dell’ovattato, facendogli riscoprire non solo l’importanza del silenzio ma anche le sue caratteristiche.

“In un mondo in cui tutti pensano di avere qualcosa da dire e, che lo abbiamo o no, lo dicono, anzi lo urlano, alti, compiaciuti, arroganti, antagonisti; in un mondo, un paese, un’epoca in cui tutti si fanno in quattro per proclamare ai quattro venti opinioni e giudizi; in un mondo in cui parlare significa far valere la legge del più forte e il dialogo è –nella migliore delle ipotesi- dibattito, il dibattito –nella migliore delle ipotesi- discussione, la discussione –nella migliori delle ipotesi- litigio, il litigio è zuffa, piazzata, insulto, parapiglia; in un mondo in cui tutti parlano –di cosa non si sa…” (p.11).

Opponendosi proprio a questo frastuono e al vano suono delle parole, Polla-Mattiot propone  questo manuale, nato con l’intenzione di riscoprire, comprendere, valutare, ricercare e perfino vivere il silenzio.

L’autrice, infatti, nel breve ma profondo testo, illustra in maniera molto accattivante non solo la bellezza della riscoperta del silenzio, ma anche la sua stessa necessità. Passando in quelle che l’autrice definisce sette oasi (cioè passi necessari alla comprensione del silenzio), il lettore inizierà a comprendere la vera natura del silenzio (scoprendone la totalità nei sensi e non riducibile alla dimensione meramente auditiva). Lo si vedrà nello sbigottimento, sia di un’emozione positiva che negativa, fino a ricercarlo nella propria vita. Una ricerca, che non è solo tesa all’ascolto, ma anche presente e pregnante nel dialogo, come scelta e possibilità del dire ma anche del non dire. Raccogliere, Provare, Sopportare, Ascoltare, Cercare, Parlare e infine Vivere; questi sono i capitoli, le oasi necessarie, che serviranno, secondo l’autrice, ad ossigenare la nostra vita. Passaggi che forniscono le prime indicazioni, per riappropriarsi del silenzio, ma soprattutto, attraverso esso, di se stessi. Il silenzio, dunque, come riscoperta di sé. 

Il libro della Polla-Mattiot è un vero e proprio inno al silenzio, che canalizza verso il proprio “Io” e la propria esistenza. 

Passo dopo passo ci mostra la grandezza del silenzio, ci fa innamorare di quel bene, ormai tanto raro. Nel primo capitolo (Raccogliere), ci fa avvolgere da esso, ma lo fa anche assaporare, vedere, toccare, sentire e perfino annusare. “Non esiste solo un organo: l’approccio è necessariamente sinestesico e ci riporta a un livello più profondo e insieme arcaico, a volte regressivo, perché la fusione dei sensi è chiave d’accesso al pre-verbale. Il silenzio ha un odore, un colore e un sapore oltre che un suono e un’immagine”. (p.16). Comprendere il silenzio è un’emozione avvolgente oltre che una vera e propria esperienza sensibile. 

I silenzi, inoltre, non sono tutti identici ed ognuno di esso ha un suono, un colore o una forma. Viene espresso attraverso lo sbigottimento -quando siamo in silenzio o senza parole-, ma le emozioni che lo provocano o lo accompagnano possono essere di natura completamente diversa; dalla pura gioia al totale spaesamento della perdita della propria coscienza. Il silenzio, seppur trascurato, ha secondo l’autrice, un ruolo fondamentale nella esistenza umana. Per tale ragione, uno dei gradini fondamentali è proprio quello del Cercare. 

“Accettare l’intimità del silenzio è raccogliere la sfida della ‘ospitalità al mistero’ di quel che siamo, qualunque cosa siamo. Luce e ombra, nobiltà e miseria, pulsione e razionalità, picchi e baratri, slancio e freno, forza e debolezza, senza replicare lo schema accettabile di una maschera sociale” (pp.37-38). L’ascolto del silenzio, dunque, è la riappropriazione di se stessi. Ma anche il terreno in cui esplorare la relazione e la reciprocità dei rapporti umani. Nella comprensione del dialogo, infatti, risulta fondamentale il non-detto. Le pause tra le parole, la loro durata nonché il loro ritmo, permettono di avvicinarsi all’altro, non solo attraverso ciò che vuole comunicare, ma intuendo anche le sue più profonde motivazioni. In tal modo, superando le mere parole e la futile comunicazione, si può intraprendere una relazione più profonda. 

“Ascoltare il silenzio degli altri, quindi, prima ancora che le loro parole, è aprirsi a una relazione profonda, nuova, esplorare il terreno della reciprocità […]. Contano le pause, il ritmo, l’intonazione del detto quanto i luoghi, i modi, i tempi del non detto” (pp. 39-40). 

Il viaggio, che ci invita a percorrere l’autrice, è esistenziale prima che scoperta della bellezza e della pace, altresì importante nel frastuono del mondo attuale. A supportare e sostenere le piccole oasi, vengono in aiuto dell’autrice grandi letterati e filosofi, da Quintiliano a Saramago passando per Jung. Attraverso le loro metafore e allitterazioni, il silenzio viene evocato in tutte le sue sfaccettature, ripercorrendone non solo i tratti caratteristici ma soprattutto avvallando e sostenendo il testo. 

Da sottolineare che l’esaltazione e l’importanza che l’autrice dà al silenzio, non vuole essere in antitesi con le parole. Infatti, il silenzio non è in contrapposizione con il linguaggio, non è il suo antagonista, bensì la sua naturale continuazione. “Porre l’accento sul silenzio non significa svalutare il linguaggio, al contrario, ampliarlo in termini di contenuti e sintassi, di coloritura ed efficacia espressiva. Il tacere come scelta è un atto linguistico. Sospendere una frase, ricorrere a una pausa, alternare pieno e vuoto nel ritmo del discorso, sono opzioni per dire diversamente, azioni volontarie di comunicazione, non antitetiche ma integrate alla parola” (p.43). 

L’unica parola a cui si oppone e da cui si distanzia il silenzio, è quella vana inutile e impersonale; la parola di cui, in effetti, ci si avvale oggigiorno.

Il breve testo della Polla-Mattiot è innovativo nel suo genere, oltre che piacevole nella lettura. Nonostante la scarsità di corposità, affascina sia per la sua ricerca della dimensione del vero Io (non della maschera dei ruoli) che per le citazioni e il grande lavoro letterario effettuato nel poterle riportare nel testo.

Annarita Tucci - 07/11/2012

Recensione "I sensi del silenzio" di Duccio Demetrio

Duccio Demetrio - I sensi del silenzio. Quando la scrittura si fa dimora
Edizioni Mimesis

Se il linguaggio è la condizione del pensiero e se i differenti modi e sensi di esso si affidano alla scrittura che li porta con sé lontano dalla sua origine, dall’identità necessaria dalla quale sembra essere stata determinata, si rischia l’infinito. Così, già lontani dal luogo d’origine e alla ricerca dell’età della pratica del pensiero, Duccio Demetrio, nel tentativo di ricordare i segni dell’alleanza tra il silenzio e la scrittura, si pone alla ricerca di un sapere che, consapevole della lontananza progressiva che un discorso scritto genera rispetto alla sua origine, favorisce la progressiva e infinita molteplicità delle interpretazioni. 

I sensi del silenzio è un testo che, presentandosi come un taccuino d’appunti e riflessioni, ma dando vita ad approfondite analisi sul valore del silenzio, si propone come segno del legame tra silenzio e scrittura da un lato e dall’altro come incitamento a riscoprire il piacere di scrivere, dal momento che la scrittura è abitata dal di dentro dal silenzio.
Il testo è diviso in sette parti che mettono assieme le tracce di un percorso all’interno di quell’abisso che è il silenzio. Alla ricerca di un discorso che mostra tutte le difficoltà di un tentativo di stabilità del pensare, mascherato da silenzio, l’autore mette in mostra lo sviluppo progressivo che il legame tra scrittura e silenzio acquista più si fanno profonde le affinità tra queste due dimensioni, nello spazio di una difficoltà tanto personale quanto teoretica.
Il silenzio “è un eterno rinascere” (p. 7): così si apre il primo capitolo del testo e così ci si trova di fronte a un fenomeno al quale non è possibile sfuggire in nessun modo, tanto è presente in ogni parola/scrittura, o, all’opposto, tanto è sotterraneo da riuscire a manifestarsi senza che si riesca a provare nessun sentimento rispetto alla sua assenza. Sì, è un fenomeno a metà tra l’assenza e la presenza, che, portando con sé molteplici significati contradditori, è sempre alla ricerca di un linguaggio per essere comunicato. Solo se ci imbattiamo in esso e nelle condizioni di cui dispone, ne scopriamo gli aspetti; più siamo prossimi a esso e più sembra risvegliarsi il pensiero e la scrittura, che si mostra non soltanto come la maschera di questo fenomeno, ma come la manifestazione e la pratica del pensiero in generale e “affina la nostra sensibilità ad esso” (p. 10). Per percepirlo dovremmo soffermarci sui “vuoti” del reale, sugli intervalli che la vita ci offre: ecco perché la scrittura. La scrittura racchiude in sé le modalità di approccio al silenzio, riuscendo a coglierci di sorpresa, ancora una volta, rispetto alla profondità di tempi e luoghi in cui il silenzio sempre è e permane. Esso non cambia infatti stadio di manifestazione,ma getta scompiglio nel ritmo di gestione del linguaggio con le “pause”.
Esso è muto, “il riflesso privo di volto della nostra inquietudine” (p. 14), il momento di temporeggiamento prima di scrivere, di cui il foglio è “preludio di qualcosa che è di là da venire” (p. 14). Il nostro primo istinto è quello di tentare di addomesticare l’atto di scrittura, per esorcizzare questo stato di sospensione perturbante, evento che avverrà nel silenzio e che tenderà a cancellare ogni traccia di esso. Si tratta di un gioco di prestigio, in quanto sembra fare apparire dal niente qualcosa: l’imprevedibile. Evento che troverà il suo completo equilibrio nella lettura, quindi nell’altro che suggellerà questo rito sacrificale della scrittura nei confronti del silenzio.
Ecco perché tra chi legge, chi scrive e lo spazio/tempo dal quale proviene quest’ultimo c’è qualcosa in comune: appunto il silenzio che lega queste tra dimensioni. Infatti nel terzo capitoletto si tenta una genealogia della scrittura a partire dal silenzio che quindi si insinua in quanto fenomeno originario che ci fa scrivere e ci scrive, creando quelle condizioni ideali che trasformano l’attimo prima della meraviglia attesa in ogni atto di scrittura. La parola (scritta e/o orale) sospende il silenzio, lo ferisce ma al contempo ne è figlia (cfr. p. 20); il silenzio, invece, “esiste indipendentemente da ogni forma di linguaggio” (p. 21), restando costantemente nella dimensione sospesa di morte apparente. Se prima di ogni logos c’è sigan, cioè “quello stato mentale e fisico cui i greci attribuivano significati di ordine divino o sacrale” (p. 22), allora il silenzio annuncia sia una nascita che una fine, contemporaneamente, e la scrittura ne è la dimora in divenire. Ne è la dimora nel doppio senso di casa natale e di ultima casa, la tomba: in essa il silenzio viene alla vita, ma anche muore. Ecco la profonda alleanza che condividono il silenzio e la scrittura, tra nascita a morte, in un destino di ricominciamento. 
Questo rito che stringe a doppio legame il silenzio con la scrittura è un momento personale, solitario sia nel caso del silenzio come soggetto dello scrivere che quindi in questo caso sembra venir messo tra parentesi, sia nel caso del silenzio come tema del discorso, quindi come centro attorno al quale ruota l’intero logos: in entrambi i casi il silenzio è parte integrante del senso della scrittura. L’atto linguistico che più si configura come la dimora, la casa e non la tomba adesso, del silenzio è la poesia. In essa, il valore e il senso del silenzio vengono amplificati poiché rimessi alla facoltà immaginativa del poeta che, creando, nel linguaggio, ma a partire da esperienze vissute, l’infinità poetica, vive immerso nei “sovrumani silenzi” (come nell’Infinito di Leopardi) dell’interiorità poetica in vista dell’espressione dell’infinito. 
Continuando fino alla fine questo percorso con il taccuino nelle tasche e aperti al frastuono che producono in noi le differenti percezioni sensoriali rievocate dall’autore attraverso fenomeni naturali, se in questo percorso di sensi molteplici e differenti dovesse restarcene uno solo di questi, questo sarebbe proprio il silenzio. Esso li fonda tutti e ne permette la generazione non in quanto strato inferiore rispetto al senso che produrrebbe espressioni significanti, ma in quanto abita la parola scritta come sua massima possibilità che, anche se non esiste un nucleo irriducibile e puro dell’espressione, mostra le molteplici differenze del lavoro del pensiero.   
Nel tentativo di condurre a una riconsiderazione del piacere di scrivere, nella convinzione che la scrittura sia abitata dal silenzio al suo interno in quanto sua dimora, Duccio Demetrio interroga i molteplici sensi che tale impostazione di discorso riesce a disporre, scandagliando dei domini, quindi facendo affiorare delle distinzioni, che regolano e ritmano gerarchie espressive e quindi di interpretazione. Siamo in presenza di un’ardua impresa, quella di fondare la scrittura direttamente sul silenzio, facendone confluire tutti i suoi possibili sensi nell’atto dello scrivere. Siamo di fronte ad una sorta di “silenzio che mantiene la scrittura”. In questo senso possiamo dire che la scrittura è sostenuta dal silenzio che se ne prende cura ed ininterrottamente lo nutre; che il silenzio supporta e quindi in un certo senso accorda un certo rispetto nei confronti della scrittura; oppure anche che il silenzio sopporta e quindi resiste alla scrittura o in essa. Si tratta quindi di un testo tanto teorico quanto pratico per educare al silenzio in tutte le sue possibilità, un silenzio che mantiene la scrittura nell’incessante pratica del pensiero.  

Recensione di Pietro Camarda