La scuola del silenzio

Una vacanza dal rumore: corsi di silenzio (artistico, meditativo, escursionistico), fra le colline di Anghiari

Convegni & maratone del silenzio

Da Milano a Torino, da Foligno a Roma, incontri con audiologi, naturalisti, astronomi, filosofi, scrittori...

I taccuini del silenzio

Pensieri per un momento di stacco, libri da tenere in tasca, per ritagliarsi una pausa di silenzio.

Spettacoli, festival, mostre del silenzio

Reading, concerti, festival, gite in barca e nelle oasi acustiche, mostre: il silenzio può essere un'occasione di divertimento e passeggiate

Il pubblico

I veri protagonisti di AdS siete voi. Vuoi iscriverti? Vuoi diventare un operatore del silenzio? Invia un breve curriculum

Scuola estiva 2011 dell’Accademia del Silenzio


Scuola estiva 2011 dell’Accademia del Silenzio

25-27 agosto, Anghiari

Termini di iscrizione prorogati al 15 luglio

Laboratori

  1. Il silenzio è nelle parole a cura di Angelo Andreotti, Maria Grazia Comunale
  2. Una luminosa quiete. I fondamenti comuni nelle pratiche di meditazione a cura di Giampiero Comolli
  3. Camminare in Val Sovara nelle ascesi della scrittura a cura di Duccio Demetrio
  4. Il piacere inter-detto. Il film come sguardo raccontato in silenzio a cura di Emanuela Mancino
  5. Parlare col silenzio, dialogare senza parole. Letture, esercizi e tecniche per comunicare tacendo a cura di Nicoletta Polla-Mattiot
  6. Le silenziose parole del sogno a cura di Giampiero Quaglino

Lezioni magistrali e conversazioni sul silenzio

25 agosto h 19.00
  • Raffaele Milani, Paesaggi e Silenzi
  • Valentina D’Urso La comunicazione non verbale e l’espressione delle emozioni
  • Marco Ermentini, Imparare a vedere il silenzio con gli occhi. I luoghi timidi e silenti
26 agosto h 19.00
  • Cosimo Laneve, Il silenzio nella scuola
  • Cristina Bracchi, Geografie del silenzio e scritture di sé
27 Agosto h 12.30
  • Stefano Raimondi, La detonazione del silenzio
  • Emanuele Ferrari, Emozione, immaginazione, silenzio nell’ascolto musical

Calendario

I laboratori si svolgeranno dal 25 al 27 agosto
  • 25 agosto: h 15.00 inizio lavori, h 19.00 conversazioni
  • 26 agosto: h 9.00 inizio lavori, h 19.00 conversazioni
  • 27 agosto: h 9 inizio lavori, h 12.30 conversazioni
iscrizione ai laboratori: entro il 15 luglio con possibilità di esprimere due opzioni. Limite massimo di partecipanti per laboratorio: 20. Costo per la partecipazione ai laboratori ed alle lezioni magistrali: 180 euro oltre all’associazione alla Lua
Per iscriversi compilare la scheda.
Scaricare la brochure: EsternoInterno
Descrizione e presentazione dei laboratori
Il silenzio è nelle parole
a cura di A. Andreotti e M.G. Comunale
C’è un silenzio tacito e ha un peso, ha un tempo, ha una semantica; ma poi c’è anche un altro silenzio, che è leggero, è uno spazio, è una sintassi. Il primo è all’insegna del verbo “avere”, il secondo sotto l’egida del verbo “essere”. Uno esprime significati, l’altro li mette in musica facendo sì che questi stessi significati non siano soltanto capiti, ma soprattutto “sentiti”. Noi dunque ci occuperemo del secondo tipo di silenzio, e lasceremo che sia la parola poetica a rivelarlo attraverso la voce che le dà corpo.
Con esercizi che prevedono letture di poesie alternativamente con la mente e con la voce, potrà accadere che il silenzio si faccia sentire, e paradossalmente con maggior forza proprio attorno a quella voce intenta a rendere la parola poetica. Ciascun partecipante proporrà qualche suggerimento poetico, e si munirà di carta e penna per esercitazioni di scrittura.
Una luminosa quiete
a cura di Giampiero Comolli
Le tradizioni religiose hanno elaborato nei secoli diverse forme di meditazione per entrare in un contatto sempre più stretto, intenso e consapevole con Dio o con l’Assoluto. Ma nonostante la loro diversità, tutte queste svariate forme di meditazione poggiano su alcuni fondamenti comuni: la ricerca del silenzio, l’immobilità della postura corporea, l’acquietamento delle tensioni interiori. Se si riconoscono tali fondamenti comuni, e se ne fa esperienza, diventa possibile apprendere e praticare una meditazione di base, laica, aperta a credenti e non credenti, capace comunque, pur nella sua semplicità, di generare nuove forme di coscienza: qualcosa come una “luminosa quiete”, una lucida serenità, non antitetica, bensì contigua e complementare alle forme di consapevolezza rese possibili dalla scrittura poetica e autobiografica.
Camminare in Val Sovara nelle ascesi della scrittura
a cura di Duccio Demetrio
Alla scrittura il silenzio è necessario, al camminare lento si addice la parola attenuata. Per il pensiero sono vitali l’uno e l’altra. Il seminario creerà le condizioni più adatte a vivere l’esperienza del silenzio in una sequela dedita alla meditazione interiore e alla contemplazione dei paesaggi. Si scriverà sulle “cartulae”, taccuini ante litteram, che San Francesco amava portare con sé. La sua religiosità ci accompagnerà in momenti di ascolto del silenzio e della sua parole in una valle i cui sentieri portano alla Verna.
Il piacere inter-detto. Il film come sguardo raccontato in silenzio
a cura di Emanuela Mancino
Il silenzio è il preludio della visione, come il buio che avvolge lo sguardo in sala, al cinema. Il cinema gioca davanti e dentro ai nostri occhi come una magia, è un prestigiatore del nostro immaginario, della nostra memoria e dei nostri sogni. Il silenzio è anche la misura della nostra presenza di fronte allo schermo. Non sempre, però, riusciamo a far parlare quel silenzio: lo sguardo copre le immagini; l’abitudine e la sovrabbondanza di stimoli visivi, acustici, mediatici operano un vero e proprio inquinamento di segni, una saturazione di stimoli che distolgono la visione dal suo rapporto con quel che apparentemente tace, sullo schermo, perchè invisibile. Il percorso laboratoriale condurrà i partecipanti ad attraversare con attenzione il proprio sguardo alle immagini.
Il silenzio diverrà dunque lo spazio aurorale del guardare e del comunicare.
I film e gli spezzoni cinematografici che saranno i luoghi in cui esercitare il silenzio dello sguardo diventeranno allora territori in cui muoversi educandosi al mistero, decostruendo quel che si vede e i modi in cui lo si vede e non decifrando enigmi o impadronendosi di significati: il silenzio ci insegnerà l’attesa e la sosta della visione.
Parlare col silenzio, dialogare senza parole.
a cura di Nicoletta Polla-Mattiot
“Ascoltare con gli occhi”, e non solo con le orecchie, è una qualità dell’amore, la capacità di mettersi in relazione con l’altro e con il suo stato d’animo, oltre che con le sue parole. Gli antichi oratori erano perfettamente consapevoli che, accanto alla comunicazione verbale, c’è un codice parallelo di messaggi che trasmettiamo attraverso il nostro corpo, la postura, la gestualità, le pause, i non-detti, il ritmo e i tempi scelti per parlare. In silenzio e col silenzio si può trasmettere affettività e seduzione, forza e carisma, concentrazione, suspence. Si può incutere rispetto, chiedere e creare attenzione, mostrare tatto, favorire la creatività e la complicità… Esiste una lingua del silenzio e un uso efficace del discorso pausato, che valorizza le parole, che dà forza e credibilità al nostro modo di esprimerci. “Tutte le arti, anche il silenzio, hanno una grammatica. Ma prima bisogna sintonizzarsi sull’anima: con il corpo, con il cuore, con lo sguardo”. Lo sperimenteremo attraverso letture, ascolti ed esercizi pratici. Il seminario è suddiviso in quattro moduli, ciascuno con una parte teorica e una parte pratica (con lavoro di gruppo) di tecniche per comunicare tacendo.
Le silenziose parole del sogno
a cura di G. Quaglino
Il sogno parla in silenzio. Ma, forse, noi nel sogno parliamo in silenzio a noi stessi. Resta il fatto che le parole del sogno non sono facili da udire. Se non prestiamo attenzione, se non dedichiamo ascolto, oltre che silenziose, esse risulteranno mute. Eppure, il sogno è il nostro più prezioso alleato, il confessore più fidato, il miglior conoscitore dei nostri segreti, il narratore più instancabile del nostro cammino. Prepariamoci, dunque, a far parlare i silenzi del sogno come una lingua che possediamo, come una lingua che ci appartiene, ma di cui, forse, non riusciamo sempre a cogliere la voce, a comprenderne le parole.

Serata a Crema






A “CremArena” 2011, il tradizionale pacchetto di iniziative estive dedicate a musica, teatro, opera, cabaret, conferenze, mostre e…quant’altro. Il giorno 22 giugno presso i  Chiostri del complesso di Sant’Agostino a Crema c'era in programma una conferenza-spettacolo dal titolo “L’accademia del Silenzio” con Marco Ermentini  (CR).
Durante la terza serata della rassegna, nonostante la pioggia, uno scorcio di uno dei tanti suggestivi momenti della serata sospesi tra silenzio e parole.

Elena Loewenthal: le parole del silenzio

Il testo dell’intervento di Elena Loewenthal al Simposio dell’Accademia del Silenzio tenutosi ad Anghiari il 10 - 11 giugno 2011

Parlare del silenzio è una contraddizione in termini.

Ma siccome il silenzio è un territorio – tanto interiore quanto esterno a noi -, siccome abbiamo la parola per dare figura e idea e suggestione al mondo, proverò a usarle anche per quel che è apparentemente indescrivibile. Innominabile.

Cercherò di farlo nel modo più pacato e consono, sempre tenendo presente il paradosso che mi guida. Parlare del silenzio è negarlo, ma negarlo è necessario per capirlo…

Del resto, quali competenze ho? Di mestiere uso le parole, che sono il suo contrario. Mi piace il silenzio, ma quando scrivo ascolto musica. Detesto l’inquinamento acustico, mi capita di invidiare chi è sordo per questo, a volte. Il suono è diventato un sottofondo imprescindibile, ovunque. Quindi queste considerazioni sono un azzardo, un arbitrio del tutto personale. Altro che lezione… Non ho certo lezioni da impartire.

Però godo di un osservatorio privilegiato, che deriva anch’esso dalla mia quotidiana consuetudine con le parole, giorno per giorno. Parole scritte.

E in particolare è nel confronto fra lingue diverse che implica la traduzione, è qui, su questo terreno instabile in bilico fra una lingua e l’altra, in questo margine bianco della pagina dove abita di solito l’umbratile mestiere di traduttore, che trovo materia di riflessione. Non voglio tenervi troppo in sospeso, ma un poco ancora sì.

La traduzione è un corpo a corpo con le parole, dove arrivi a conoscerle in un modo tutto speciale, perché è proprio nel confronto fra i sensi, le sfumature, i suoni (benché silenziosi, ascoltati ma non pronunciati), si scoprono realtà che altrimenti resterebbero nascoste lì in fondo, negli interstizi fra le lingue, negli spazi bianchi della pagina. La traduzione, soprattutto se, come nel mio caso, è un viavai fra due lingue molto diverse, con poco o nulla in comune, è non di rado una cartina di tornasole ottima per far saltare all’occhio, alla mente e al cuore, mancanze e ridondanze. Quel che c’è e quello che invece non trovi – qui e lì.

Ora, in italiano siamo costretti a dare un senso assoluto e univoco al silenzio. Le parole, io credo fermamente, non sono solo tramite di significato, non sono un mero strumento di comunicazione. Fra la realtà, la nostra percezione della realtà e le parole, esiste una dinamica costruttiva. Creativa. Le parole fanno la realtà, la modificano e la plasmano non meno del contrario. Se l’italiano ha una sola parola per dire silenzio, allora significa che nella nostra sfera mentale il silenzio è uno solo. Così s’è costruito. Provate a cercare un sinonimo, in italiano. Non c’è, ed è curioso in una lingua così ricca come la nostra, abbondante di termini, lessico, sfumature.

Così, se restiamo sul terreno dell’italiano, non abbiamo altra scelta che quella di considerare il silenzio come un’unica, categorica cosa. Assenza di suono, e basta. Fatichiamo a immaginare un universo concettuale differente, in cui il silenzio sia “cose” diverse. Sia plurale.

Eppure esiste, questa valenza multipla del silenzio. A me l’ha svelato la traduzione, e l’ha svelato nel modo più diretto e pregnante e inequivocabile: attraverso le parole. Perché, a differenza dell’italiano, che è così essenziale (direi quasi insufficiente) con il silenzio, la lingua dalla quale si diparte il mio lavoro di traduzione, cioè l’ebraico, conosce almeno tre radici semantiche diverse, per dire “silenzio”. Tenete conto che l’ebraico è una lingua estremamente primitiva, antica. Anzi, ancestrale. È sostanzialmente sempre lo stesso, dalla Bibbia ad Amos Oz e A.B. Yehoshua: è una lingua dalla continuità strabiliante. Ma è anche una lingua molto elementare, molto semplice nella sua struttura – non esistono i tempi ma solo due modi diversi dei verbi, non esiste il verbo avere… – e anche nel lessico. Fanno eccezione alcuni campi semantici, vuoi per abbondanza vuoi per carenza: ci sono molte parole per dire “pioggia” e hanno sempre una connotazione decisamente positiva, di auspicata benedizione (l’ebraico abita in un luogo arido). Ce ne sono moltissime per dire “luce” – quella sua terra ne ha tanta, e di gradazioni, colori, intensità diverse.

Anche il silenzio fa parte di quei rari casi in cui l’ebraico è generoso di parole. E siccome non lo è mai invano, perché è una lingua essenziale dove nulla è superfluo o lì per caso, questa abbondanza è per me un invito a esplorare i territori del silenzio. Oltre che, naturalmente, una sfida traduttiva: come faccio, vertendo in italiano il testo, a rendere giustizia alla varietà di silenzi che l’ebraico conosce – con una parola soltanto?

Che guaio…

Ad ogni modo, eccomi di fronte a più parole per dirlo: sheqet, dom, demama, lishtok. Certo, apparentemente sono suoni e basta. Non dicono nulla, a meno di conoscere la lingua in cui si esprimono. Cercherò di darvi qualche traccia.

Sheqet è il silenzio della quiete, della serenità. Però è tassativamente silenzio, assenza di suoni – cosa che la parola “serenità” non rende, ovviamente. È un silenzio sommesso, pacato, sgombro ma non del tutto.

Lishtok è un infinito verbale (li- è semplice prefisso). Indica il silenzio imperativo, quello che si impone alla parola. È ingiunzione ai bambini in classe. È un silenzio un po’ rabbioso, un po’ rivendicativo. Dovrebbe essere assoluto, almeno per un po’. Significa “zittimento”, in sostanza, e viene necessariamente dopo un rumore molesto. Ecco, anche le parentesi intorno al silenzio ne determinano il significato, la parola: quel che c’è prima e quel che viene, forse, dopo.

Dom, invece, è un silenzio abissale. Fa paura, come l’ignoto. È lo stato del mondo prima che Dio lo spezzasse parlando: nella Bibbia la creazione è dire le cose. Tutto si fa attraverso la parola (eccetto l’uomo, che è ricavato dalla polvere del suolo, ultima produzione prima che cali il sabato di riposo divino, unico essere che Egli fa, di seconda mano…). Dom è onomatopeico: è un rintocco sordo di campana, un’eco profonda – di silenzio. Chiude il futuro, tronca la voce con il nulla. Forse, era il silenzio di prima che il mondo fosse creato con la voce divina.

Da questo silenzio cosmico ne deriva un altro, che è come una versione più conciliante, più afferrabile. Non a caso porta la desinenza femminile, che nell’ebraico si usa per dare una sfumatura di grazia alle parole maschili, o per indicare l’astrazione.

Demamah è una parola bellissima, secondo me. Sottile, discreta, accattivante. Indica il silenzio in cui il profeta Elia trova Dio: Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, una voce di silenzio sottile. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia?

(1Re 19,11-13).

Elia è un profeta minore. Non ha neanche un libro a suo nome, nel testo sacro. La sua piccole epopea di profeta viandante, incompreso, bistrattato eppure tenace nel dichiarare la falsità degli idoli e la verità dell’unico Dio, si trova dentro i libri biblici dei Re. Elia cerca Dio ma, diversamente dagli altri profeti, a lui il Signore quasi non rivolge la parola e men che meno si manifesta in modo plateale. Così, a titolo di ricompensa, credo, per la fedeltà di Elia, Egli gli fa due regali. Il primo è che Elia, invece di morire, ascende al cielo in un carro di fuoco e da allora diventa per la tradizione ebraica una specie di angelo custode pronto a tornare in terra per vegliare su tutti noi, uno per uno. Inoltre, sarà il precursore di quel messia che gli ebrei stanno ancora aspettando, verrà poco prima a preparare il terreno per la redenzione finale.

L’altro regalo è quella rivelazione strabiliante, che non arriva nello sconquasso di cielo e terra, bensì in una voce sottile di silenzio. Ecco, quel silenzio è rivelazione, stupore, certezza. Pace e verità.

È una parola leggera, chiusa in se stessa eppure aperta al futuro. È un silenzio meraviglioso, difficilissimo da tradurre. È un po’ che ci provo, invano. Forse la cosa che le va più vicino, in italiano, sono i due punti: una pausa nelle parole, una promessa di quel che verrà dopo.

Ecco, questo è ciò che la mia blanda esperienza di traduttrice mi ha concesso di sapere – o non sapere – sul silenzio.

Poi ce n’è stata un’altra, più recente e nuova per me, di esplorazione degli ospedali. Ho sentito il bisogno di fare questo viaggio molti anni fa, per conoscere l’altro mondo, quello “straniero” per eccellenza che è la malattia – un mondo parallelo che giustamente cerchiamo di ignorare finché non ci si capita, lo si attraversa, sfiora, incontra. Ne è poi scaturito un libro, una specie di romanzo fatto di storie concatenate, che s’intitola “La vita è una prova d’orchestra”. Per entrare negli ospedali sono diventata volontaria. E ho incontrato parole, sentimenti, verità e anche silenzi. Non di rado le storie che ho poi inventato (non è reportage ma narrativa) sono ispirate a porte di stanze chiuse, a silenzi enigmatici sui volti di pazienti, parenti, dottori. Il silenzio è anche, o dovrebbe essere anche, il nostro modo di affrontare l’ignoto. La paura. Tutto questo c’è tanto, dentro la malattia. Oltre alle parole che i malati ti dicono, sono ansiosi di raccontarti. Ma non meno ho imparato e conosciuto dai loro silenzi, interrotti magari da un respiro affannosso, dal ticchettio di una macchina, da una goccia che cade puntuale dentro il tubo dell’infusione.

Terminata questa mia avventura bella e terribile al tempo stesso dentro il male, il dolore, la sofferenza, credo che dovremmo imparare a declinare di più tanto la malattia, provare a renderla meno straniera per essere più pronti ad affrontarla, da vicino e da lontano. Così come dovremmo imparare ad avere più confidenza con il silenzio, a non sentirlo (solo) come un vuoto, un’assenza, una pausa. Ma sostanza di vita e sentimenti.

Nicoletta Polla-Mattiot tiene a battesimo l’Accademia del Silenzio


Nicoletta Polla-Mattiot tiene a battesimo l’Accademia del Silenzio

Sono molto felice di tenere a battesimo l’Accademia del Silenzio qui ad Anghiari e ringrazio la Libera Università dell’autobiografia di ospitarci e di aver accolto da subito, con entusiasmo, questa nuova iniziativa.
So che alcuni di voi hanno partecipato alle nostre Maratone del Silenzio, prima a Milano e poi a Torino: sono state vere e proprie no-stop di interventi, che hanno coinvolto esperti di discipline diverse, allo scopo di cogliere, indagare, esplorare il senso o meglio i molteplici sensi e significati del silenzio. E’ stata una scelta pionieristica e provocatoria, già solo per il fatto di essere ospiti di due grandi città, due metropoli che “vanno veloci”, di corsa, che sono inquinate acusticamente, che ignorano o trascurano il silenzio.
Invece essere qui oggi a parlare di silenzio, ad Anghiari, ha sicuramente un altro sapore e credo dia significato e forza all’iniziativa che, insieme a Duccio Demetrio, dall’inizio di questo anno, abbiamo cominciato. Perché Anghiari è proprio il nostro punto di sosta, il luogo dove approfondire e fare esperienza del silenzio, un’occasione per fermarsi  (a studiare, a capire, a scrivere, a condividere) e poi ripartire. Portando, al ritorno, ciascuno nella propria città e negli ambienti di lavoro, familiari e amicali, ciascuno nella propria vita e nei suoi ritmi, più o meno frenetici, pezzi di silenzio, intervalli di silenzio da preservare, proprio dopo averli scoperti e conquistati nelle esperienze collettive che stiamo facendo e che faremo.
Oggi cercheremo di indagare quanto è richiamato dal titolo della prima parte dei lavori: “La voce del silenzio”, anzi meglio usare il plurale: “le voci del silenzio”.
Ci sarà una parte teorica, dove la prima esperienza di silenzio sarà sostanzialmente quella dell’ascolto, e una parte pratica. Perché, lungi dall’essere rinuncia o ritiro dalla comunicazione, fuga dal reale o semplice vacanza dal rumore, il silenzio è azione e motore di cambiamento personale, innanzitutto, ma anche di cambiamento relazionale (nel nostro rapporto con gli altri) e di cambiamento sociale. Si può incidere con il silenzio, per migliorare la qualità della vita, per cambiare qualcosa a livello di comunità, a livello di città, regioni, Paese. Questo è ciò che Accademia del Silenzio si propone di fare anche, con spirito militante, sul territorio: coinvolgere soggetti pubblici e politici a sposare e promuovere un Manifesto del silenzio. Ma a livello individuale ciascuno di noi può già fare molto. In queste settimane di preparazione del primo simposio e, successivamente nella settimana di scuola estiva ad Anghiari, vogliamo approfondire, studiare, cercare e condividere insieme anche una bella esperienza, con l’auspicio che ciascuno possa accogliere “la causa del silenzio” e farsene “cassa di risonanza”, portavoce e promotore nella propria realtà.
Rintracciare la voce del silenzio… Ciò che facciamo oggi è un’operazione insieme paradossale e controtendenza. E proprio per questo credo sia un’operazione oltremodo vitale.
Parlare del silenzio è di per sé un paradosso. Parlare del silenzio significa romperlo.
Non solo: interessarsi al silenzio, tutelarlo, significa prendersi cura della fragilità, della caducità, dedicarsi a qualcosa che un attimo prima c’è e l’attimo dopo non c’è più. La poetessa Wislawa Szymborska dice che ci sono tre parole strane nella nostra lingua: futuro, niente e silenzio.
Quando pronunciamo la parola Futuro, la prima sillaba è già nel passato, quando pronunciamo la parola Niente, creiamo qualcosa che non può entrare in nessun nulla, e quando pronunciamo la parola Silenzio, nel momento stesso in cui lo evochiamo, lo infrangiamo.
Quindi oggi, di necessità, non potremo parlare del Grande Silenzio, del Silenzio Assoluto, perché il silenzio perfetto è inevitabilmente ineffabile, non si può dire, non si può raccontare. Parleremo invece del silenzio imperfetto, secondo la bella definizione di Ugo Volli: “Il silenzio che esiste per rompersi nel suo opposto: la parola.” Sì, il silenzio fatto apposta per essere notato nell’atto stesso in cui lo si viola, il silenzio che è ombra e sfondo della parola e per questo la valorizza, il silenzio relativo che ci mette in relazione con gli altri.
Vi dicevo prima che cercare la voce del silenzio è un’operazione paradossale. Di più, è un’operazione rivoluzionaria, perché oggi dove si ascolta il silenzio? Dove lo si trova? Chi più chi meno,viviamo in un mondo assai rumoroso; chi abita in città avverte con più chiarezza e forse emergenza il problema, ma in generale gli spazi abitativi e comunitari non sono pensati per ospitare e favorire il silenzio. Non so se e quanto più rumoroso sia il mondo attuale rispetto al passato; la differenza mi sembra sia non tanto o non solo di quantità (di rumore), ma piuttosto di continuità e densità.
Mi spiego: i primi reclami antirumore risalgono all’Antica Roma, ne ritroviamo traccia già, per esempio, nei testi di Seneca.
Il filologo Maurizio Bettini, nel suo bel libro che si intitola Voci, ha fatto un’interessante descrizione dell’impasto sonoro antico, una sorta di precisissimo censimento di quei rumori di sottofondo (voci, versi di animali, strumenti di lavoro) che costituivano il soundtrack del mondo antico. Ne risulta l’immagine – anche acustica, di un mondo che non era per niente silenzioso. La differenza è che oggi noi viviamo davvero in una sorta di colonna sonora permanente. Non solo traffico, rumori della città e delle attività produttive, ma una sorta di filodiffusione ubiqua, fatta di trilli, squilli, musichette, altoparlanti e strumenti sonori sempre accesi, i-pod e i-pad, sigle di operatori telefonici e bip di segreterie, colonne sonore che dal supermercato al parcheggio sotterraneo, dalla sala d’attesa all’aereo o il treno ci seguono ovunque. Qualsiasi attività noi facciamo è accompagnata non solo da un rumore, ma da un suono, da un sottofondo acustico… E’ così difficile prescindere dalla pervasività dei sistemi sonori che ci portiamo sempre appresso, anzi addosso, che a Chicago, nella sala concerti, è stato diretto il primo concerto per “suonerie e orchestra”. Tutto il pubblico è stato invitato a far suonare il proprio cellulare e i musicisti hanno accordato i loro strumenti per l’esecuzione al “suonare” degli spettatori. Un altro paradosso…
Eppure la difficoltà di ascoltare il silenzio credo vada cercata oltre il banale rumore acustico e molto più nel frastuono e nei ritmi interi di “grana” e di “tono” diversi dall’antichità.
La difficoltà di ascoltare il silenzio oggi mi sembra sia più un problema di tempo, di spazi e  di ritmi.
Tempo. Il tempo ci manca: questa è una sensazione che, prima o poi, tutti nella vita proviamo, almeno una volta. Ma non si tratta di questo, non solo almeno. Semmai non esistono più i cosiddetti tempi morti, i tempi vuoti, i tempi in cui la mente è lasciata “come un campo a maggese”, secondo la bella definizione di Masud Khan, libera di rigenerarsi nel vuoto, senza stimoli continui. La mente bianca, tersa, priva di sollecitazioni e perciò capace di rigenerarsi da sé.
La moltiplicazione delle piattaforme tecnologiche, che ci consente di essere presenti (connessi) sempre e ovunque, ci àncora al qui e ora, a una sorta di onnipresenza, almeno virtuale.

Ritmo. Sicuramente i ritmi del vivere sono iperaccelerati. La nostra è una società iperattiva e iperproduttiva, iperconsumistica. Pensate solo a come viene valorizzato il fatto che siamo la società che non si ferma mai. Pensate all’insistenza sulla velocità e la reperibilità, il vanto dei servizi aperti 24 ore su 24.
C’è un progetto interessante dell’università di  Napoli  che si chiama “Clips Corpora di Lingua italiana parlata e scritta” . Si tratta dell’analisi di come è cambiata, negli ultimi 50 anni, la nostra lingua. Ebbene più che lessicalmente, è cambiata ritmicamente. Parliamo mediamente molto più in fretta rispetto al passato, facciamo molte meno pause fra le parole che pronunciamo.
Analoghi studi, fatti in biologia, sui versi degli animali e in particolare degli uccelli ci portano lo stesso riscontro. Nel tempo, a causa dell’inquinamento acustico, diverse specie di uccelli hanno intensificato e acutizzato il verso della specie, riducendo notevolmente dal durata delle pause.
Spazio. Questa è la società della tracciabilità assoluta: niente di quello che diciamo, che facciamo va perso, è tutto  ricostruibile, ripercorribile.
Non è tanto questo Grande Fratello ad essere temibile, quanto questa sorta di Grande Memoria millimetrica, dove nulla va perduto, dove non c’è spazio per quell’operazione così vitale e sana che in psicologia si chiama la rimozione.
Provate a cancellare qualcosa da internet, per esempio… impossibile.
Questo ci tiene inchiodati alla superficie dell’oggi, in una vertigine del dettaglio, di inseguimento dell’attualità, del minuto per minuto, dove tutto è sullo stesso piano (il piano del monitor, della TV, del cellulare). Abbiamo a disposizione un’enorme ricchezza orizzontale, una vastità e abbondanza bidimensionale. Ci possiamo muovere dappertutto, possiamo sapere tutto di tutto. Tutto può essere associato, giustapposto, comprato, scelto.
Pensiamoci… quali sono le due attività ludiche  per eccellenza del contemporaneo? Lo zapping e lo shopping. In questo quadro è ovvio che ci sfugga la verticalità, storica e trascendente, l’affondo. E’ sparita l’attesa, il tempo dell’attesa (tutto è lì, adesso, a portata, sullo scaffale da prendere).
E’ qui che il silenzio può giocare un ruolo fondamentale. La sfida del silenzio, la sfida di un’Accademia del silenzio mi sembra sia sostanzialmente quella di riappropriarci della nostra  tridimensionalità. Per riappropriarci del prima e del dopo, di una sequenza, di una profondità.
E qui mi viene in aiuto una piccola storia del filosofo Giuseppe Ferraro. Ferraro racconta che davanti a una chiesa che lui frequentava abbastanza regolarmente c’è un venditore ambulante che vende statuette del santo a cui è dedicata la chiesa. Si tratta di due tipi di statuette, apparentemente identiche, ma con una differenza sostanziale di prezzo. Un gruppo di statuette è venduto a un prezzo esiguo, praticamente regalato, un altro gruppo a un prezzo estremamente alto. Il filosofo le osserva con attenzione e gli paiono assolutamente identiche. Per questo si avvicina al venditore e gli chiede perché mai le due statuette costino in maniera tanto diversa quando materia, forma, colore, soggetto, tutto è assolutamente uguale. Il venditore allora prende in mano una delle statuette, la batte con il dito, facendo un gesto semplicissimo: “Tac, tac, toc, toc” Poi sorride, posa la statua e dice: “Lo sente? Questa statua dentro è vuota, è cava, questa statua risuona”.
Ecco il vuoto dentro la statua credo sia l’immagine efficace e simbolica di una capacità di risonanza che solo il silenzio ci consente. Risonanza alle parole che ci arrivano dagli altri, a quello che leggiamo o vediamo, e che può avere (o meno) uno spazio di accoglienza e riverbero interno. Può restare solo rumore/suono al di fuori di noi, oppure risuonarci dentro, conservare un’eco interiore.
Mi piacerebbe leggervi parte del racconto perché è veramente bello, molto più bello di come io ve l’ho riassunto: «Un vecchio artigiano mi parlava delle sue statue di bronzo indicandomi quelle che diceva avevano dentro l’anima. E io non capivo. Allora lui cominciava a battere sui loro volti con le dita facendomene sentire il suono. “Senti” diceva, poi aggiungeva, con la voce di chi sa narrare, che l’anima di quelle statue era il vuoto accolto dentro i loro corpi. Vuoto, aria, respiro, suono. Quel gesto e quella metafora mi affascinavano. Lui diceva che fare le statue con l’anima era più difficile. Un’arte. Cominciai a capire che è quando il corpo è capace di risuonare a contatto con un altro, quando risuona anche di una parola che ti tocca, di un gesto o di una sensazione, allora, soltanto si può dire che c’è un’anima dentro. Penso anche che quel vuoto sia la forma interiore del corpo».
Ecco quando vi parlavo di tridimensionalità, penso sia proprio il riappropriarsi dello spazio “dentro” cui le parole degli altri – ma tutte le esperienze che facciamo di riflessione, meditazione, scrittura, o artistiche – quel che è “fuori” di noi trovi uno spazio caldo di risonanza che lo contenga, raccolga e in parte mantenga e custodisca.
È lì che il silenzio può dare valore a quello che andiamo facendo, ed è la ragione stessa per cui sono fortemente convinta, e tutti noi in Accademia siamo convinti, che rivalutare il silenzio non significhi affatto svalutare la parola o la comunicazione, ma che anzi sia un modo per valorizzarla.
Solo chi sa tacere, sa parlare, dicevano gli antichi. Rompere il silenzio è un’assunzione di responsabilità, bisogna esserne consapevoli. Dire qualcosa migliore del silenzio, oppure tacere.
Perché parlare è un’azione soggettiva, partigiana: nel momento in cui scelgo di pronunciare una cosa, di usare una parola, metto contemporaneamente a tacere tutte le altre.
Bisogna essere consapevoli anche di tutto quello che resta indietro, anche di quel silenzio su cui e da cui svetta, germina la parola. Scrive Ugo Volli: “Sotto ogni discorso, dietro ogni atto di parola esiste una zona essenziale di non detto. Tale territorio è paragonabile alla vastità muta dell’inconscio. Allo stesso modo del rapporto dell’inconscio con l’Io, questo non detto sostiene, giustifica, sovradetermina e sposta ogni atto di parola. Il non detto, il silenzio è dunque lo spazio dell’infinito lavorio che serve alla parola per emergere alla luce”. E in questo senso, il silenzio dà luce, dà profondità, dà risonanza e tridimensionalità alla parola.